culture
Il divo
Giugno 5th, 2008 · by Bollett
«Il mal di testa è sempre stato il mio problema, quando feci la visita medica per il militare il medico mi diagnosticò sei mesi di vita, ma è stato lui a morire prima di me e dopo molti altri. Queste gocce che prendo per il mal di testa le ho mandate anche a Pecorelli. Ma è morto pure lui», Giulio Andreotti.
Inizia così Il Divo, opera ultima di Paolo Sorrentino e superbo pezzo di una intensa stagione cinematografica di quello stesso cinema italiano che molti davano per morto e sepolto.
Non solo una storia intensa, raccontata attraverso le sfaccettature e i drammi personali dell’uomo politico più longevo d’Italia, ma anche un grande film, con un cast d’eccezione (su tutti un “truccatissimo” Toni Servillo) e un trattamento visivo da grande produzione internazionale. Non a caso il film sta mietendo successi in tutta Europa.
Stupisce il coraggio nel raccontare, attraverso la storia del divo Giulio, tutta la parabola discendente della storia italiana degli ultimi 30 anni; una scelta da regista affermato, che suggerisce, in montaggio appassionato, congetture e possibili intrighi che stanno dietro gli eventi più tragici della storia della prima repubblica. A partire dalla figura spettrale di Aldo Moro, descritta come una vera ossessione per il 7 volte Presidente del Consiglio; di lui lo statista dice nella ultima lettera dalla prigionia: “Non ci si può fidare di Andreotti, un uomo politico a cui manca totalmente il fervore umano”.
Una parabola sprezzante costruita ad arte dal regista su dati, sentenze e testimonianze vivide di chi ha conosciuto o intervistato Andreotti durante gli oltre 50 anni di vita pubblica. Una parabola che è anche la storia di un uomo che ha quasi rinunciato ad avere una sfera di vita privata.
La storia politica di Andreotti passa attraverso altri omicidi rimasti irrisolti: Calvi, Sindona, Pecorelli, Salvo Lima, per finire a Capaci; un evento ricostruito con maestria e richiamato più volte nel corso del film con un simbolismo e una capacità di sintesi da grande regista: una macchina che cade in un dirupo ed esplode e uno skateboard carico di esplosivo che prima viene infilato in un cunicolo a Capaci e che poi ritroviamo attraversare uno dei saloni del Transatlantico durante le concitate fasi dell’elezione del Presidente della Repubblica nel 1992. Da quell’elezione uscirà vincitore Oscar Luigi Scalfaro: unica sconfitta politica di un Andreotti divo e quasi divino che da lì esce dalla scena politica per iniziare un lungo percorso giudiziario che lo vedrà accusato di associazione mafiosa.
Innocente, poi colpevole e condannato in Appello per associazione semplice; sentenza confermata in Cassazione, ma arrivata oltre i termini previsti per la prescrizione.
Una nota: il soprannome Divo glielo affibiò proprio Mino Pecorelli, per connotare la sua mondanità e il suo personale rapporto con la Chiesa. Perché se De Gasperi andava in Chiesa per parlare con Dio, Andreotti si soffermava spesso a parlare con preti ed alti prelati: “Perché dio non vota, i preti sì”.

#1. Anonimo scrive:
sorrentino è un semidio! guardatelo sto film che è meraviglioso!